Donne di Cuori è una nuova Associazione del territorio bresciano che negli intenti vuole accogliere e condividere vissuti ed esperienze con donne che cercano un punto di riferimento e un confronto su tematiche femminili e, soprattutto, lesbiche. Il nostro modo di fare politica sarà quello di esserci, nelle piazze, tra la gente, mostrando i nostri volti e promuovendo la cultura LGBT in tutte le forme che ci appartengono, al fine di ricostruire un’immagine di noi, donne lesbiche, scevra da ogni tipo di pregiudizio.


sabato 5 maggio 2018

Open Up Festival 2018

Per il terzo anno consecutivo, siamo parte del comitato organizzativo del Festival Open Up, che quest anno si terrà 17 al 20 Maggio.

Qui potete trovare le info generali e il programma completo

http://www.openupfest.it

https://www.facebook.com/OpenUpFest

Il nostro apporto per questa edizione, si concretizza con i due eventi qui sotto meglio descritti.

Domenica 20 Maggio alle ore 17 potrete assistere gratuitamente allo spettacolo teatrale "Le rinchiuse" presso il Caffe Letterario Primo Piano


A seguire, potrete partecipare ad un incontro gratuito presso Mo.Ca "Sala Alberi", che tratterà di fine vita e testamento biologico.


Vi aspettiamo...


mercoledì 31 gennaio 2018

Mostra "Il mestiere è Donna"

Ecco il nostro ultimo progetto. Per la ricorrenza del 8 Marzo, abbiamo pensato ad una mostra per noi significativa, che unisca la Donna al Lavoro.

Chiunque può presentare un'opera ed esporla, purchè tenga conto dei requisiti descritti nel volantino.





Siate creativ* dai! Vi aspettiamo :-)

giovedì 25 gennaio 2018

Pietre d'inciampo


Citando il Talmud – uno dei testi sacri dell’ebraismo –  “Una persona viene dimenticata solo quando il suo nome viene dimenticato”, l’artista tedesco Gunter Demning spiega le ragioni della creazione delle Stolpersteine, una vera e propria “Mappa della memoria” di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, politici, militari, rom, omosessuali, testimoni di Geova e disabili, iniziata nel 1995 a Colonia.
A conferma che la memoria deve costituire parte integrante della nostra vita quotidiana, Donne di Cuori vuole commemorare il 27 gennaio, Giornata della memoria, tramite il lavoro incredibile di questo artista che con oltre 50.000 pietre sparse in tutta Europa ha dato il via ad un vero e proprio percorso di nomi, luoghi e date destinati a fare da eco alle generazioni future: per non dimenticare che ogni nostro passo è compiuto attraverso un passato che va ricordato.
“Pietre d’inciampo”, così vengono chiamati i sampietrini installati di fronte alle abitazioni di persone deportate e perseguitate dai fascisti e dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. L’iscrizione su ogni pezzo inizia con “QUI ABITAVA”, una pietra, un nome, una persona.
Piccoli bagliori di luce impossibili da ignorare, non solo perché la superficie superiore è di ottone lucente e si scoprono incisi nome e cognome, età, data di deportazione e, quando nota, data di morte, ma anche perché “l’inciampo” è visivo e mentale e il trasporto emotivo obbliga a fermarsi di fronte a quelle porte interrogandosi su quanto accaduto in quella data e sugli attuali abitanti di quelle case, monumenti di una parte terribile della storia che vorremmo poter cambiare.
Demning prepara e interra personalmente ogni pietra portandone anche e soprattutto il peso emozionale. L’artista ha lavorato anche in Italia, con oltre 237 pietre installate a Roma e molte altre in città come Genova, L’Aquila, Prato, Livorno, Brescia, Ravenna, Venezia, Reggio Emilia e Torino.
Si tratta di un progetto in continua espansione anche grazie alla collaborazione dei familiari dei deportati che possono richiederne l’istallazione tramite il sito http://www.stolpersteine.eu/en/home/ 
Demning commenta così il suo lavoro: “Sono sempre inorridito ogni volta che incido i nomi, lettera dopo lettera. Ma questo fa parte del progetto, perché così ricordo a me stesso che dietro quel nome c’è un singolo individuo. Si parla di bambini, di uomini, di donne che erano vicini di casa, compagni di scuola, amici e colleghi. E ogni nome evoca per me un’immagine. Vado nel luogo, nella strada, davanti alla casa dove la persona viveva. L’installazione di ogni Stolpersteine è un processo doloroso ma anche positivo perché rappresenta un ritorno a casa, almeno della memoria di qualcuno”.


Queste parole riportano l’attenzione alla materialità brutale della Storia: perché al di là della retorica della memoria, si tratta di nomi, volti, corpi, identità, esseri umani portati via quel giorno, da quella casa, lungo quella strada.
Allora inciampare sopra, quasi letteralmente, a queste vite spezzate assume una funzione che le parole di Primo Levi tracciano al meglio:
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere nuovamente sedotte ed oscurate: anche le nostre”.


Bruna Ramus








mercoledì 17 maggio 2017

17 maggio 2017 Giornata Internazionale Contro L’Omofobia


Donne di Cuori per questa giornata ha voluto riproporvi il testo di “Una scuola diversa” di Giusi Marchetta pubblicato nel 2015 su “La ricerca” rivista di Loescher.

Il racconto di una professoressa che affronta la solitudine del suo ruolo in un contesto sociale, quello attuale, che vede atti come questi diventare azioni di coraggio che vanno ricordati e riproposti fino a che le cose potranno davvero dirsi cambiate, se mai questo accadrà in Italia.




 
C'è questo spot che gira. Non girava quando eri piccolo tu. Nello spot ci sono un’aula universitaria che si riempie poco a poco, una squadra di rugbisti pronta ad allenarsi, la sala visite di un veterinario. Davanti agli studenti, ai giocatori e alla proprietaria di un cagnetto malmesso si presenta una bambina diversa. Dopo il primo iniziale stupore, ognuna di queste bimbe sorride e comincia a lavorare: una fa lezione di anatomia, un’altra allena la squadra, l’altra visita il cane. Alla fine dello spot, rivediamo la bambina/insegnante nella sua stanza; le sue Barbie, attentissime, la ascoltano fare lezione dai loro minuscoli banchi. Immagina di essere una professoressa, ma è un caso: domani sarà qualcos’altro.

Vai a scuola anche tu, quella vera però. Sei un professore e quando entri in classe si alzano in piedi. Dicono buongiorno e arrivederci. Dicono che non hanno potuto studiare per il cane malato o la nonna, o, più spesso, perché non hanno trovato il compito assegnato sul diario. Ti sembra palesemente irrealistico che il numero esatto degli esercizi assegnati compaia di colpo sulla pagina di venerdì se non c’è nessuno che le appunta. Commini una nota, l’ennesima: gentile signore, gentile signora, anche oggi Matteo, Giulia, Ahmed sono senza compiti. Ti chiedi cosa significhi lo scippo che ti recapitano il giorno dopo al fondo e un’ipotesi ce l’hai: sì, sì, ho visto, gentilissimo professore, grazie, pazienza, alla prossima.
Così passano gli anni. Spiegando, annotando, chiarendo, sgridando. Ogni tanto ti sforzi di inserire qualche azione che spezzi la piaga della routine scolastica: allora ridi, scherzi, consigli, consoli e lo fai sempre più spesso perché alle medie è il bisogno di consolazione che ogni tanto ne spinge uno fino alla cattedra mentre intorno esplode l’intervallo. Di solito scappa da qualcosa di cattivo che gli hanno detto o fatto. E non beartene, non sei tu, è che non sa da chi andare: una ferita senza medico lo porta a cercare qualcuno di innocuo con cui confidarsi. E allora secondo copione consoli e dispensi consigli banali, pacifici, sempre uguali.

Non ascoltarli. Sii paziente. Crescerai, passerà.
Non ascoltarli. Sono invidiosi. Non sei affatto brutto, basso, incapace, imbranato.
Conosco tua madre e fa un lavoro onestissimo: non ascoltarli.

Puoi ripetere le stesse cose a occhi chiusi, adattarle all’uno o all’altro. Ti sembra di essere immune alla pietà e alla rabbia: sai già che la vittima tornerà nei racconti di un altro nelle vesti di carnefice e viceversa. Hai una buona parola per tutti. La stessa.

E poi li conosci e di ognuno conosci l’imperdonabile peccato: il grasso, l’acne, il sudore in eccesso, le scarpe sbagliate, la tuta rattoppata, il diario pieno di insufficienze mai firmate. Può essere solo un dettaglio: non importa. Se ti strappa dal branco è finita. Sei diverso. Sei solo.

Questo lo sai e quando Matteo, afflitto, viene verso la cattedra sai anche che lui è il più diverso di tutti.

Non sei una cosa sola, Matteo, ne sei quattro.
Prima sei maschio perché hai un apparato genitale maschile. È il corpo, ci nasci: la nostra prima lotteria. A partire da questo apparato ti assegneranno le altre tre parti: un genere maschile, un orientamento eterosessuale (le femmine, Matteo, devi guardare quelle), e un
ruolo sociale (il calcio, i film d’azione, portare a casa uno stipendio).
Ma questo non è vero.
Sei nato maschio, ma puoi sentirti donna. Puoi guardare gli uomini o le donne con lo stesso desiderio. Puoi desiderarli entrambi. Puoi giocare con le bambole, guardare i film d’amore. Puoi piangere Matteo, come fai adesso e senza un briciolo di vergogna.
Non c’è niente di male in nessuna delle parti che sei e non hai scelto. Se tu lo sapessi e se lo sapessero i compagni questi anni non sarebbero l’inferno sulla terra. Sarebbero vivi ed eccitanti. Invece questi anni te li perdi, anzi, te li rubano i compagni che ti ridono alle spalle.
Non rattristarti: col tempo tu potresti scoprire tutte le parti che ti rendono Matteo, diventare te stesso, essere felice; molti di loro cresceranno sapendo come puntare il dito contro e non come subirlo. Non si conosceranno mai per paura di conoscersi davvero. Moriranno
così. Sarà un peccato.

Ecco, professore, quello che dovresti dire a Matteo e a tutti gli altri invece di ripetere che il numero di proposizioni in un periodo è uguale al numero dei verbi che vi sono contenuti.
Se lo dicessi una volta sola senti che questa infelicità che vi portate tutti addosso se ne uscirebbe dalla finestra, farebbe seccare gli alberi in giardino.

Invece conti i verbi, le proposizioni.

Non ascoltarli, dici a Matteo, come a tutti.

Pensi allo spot della Barbie. Non hai mai giocato con le bambole, mai immaginato di essere mille cose. Solo una.
Un giorno, se fossi stato libero.
Lo sognavi, ci fantasticavi. Ti faceva star male.
Lo facevi lo stesso.
Matteo però insiste finché non cedi: ti alzi e vai a vedere la scritta sul banco.
Sono solo due parole: “Matteo” e “Omosessuale”, tirato via in fretta.
È il momento, professore.
Devi urlare? Punire tutti?
Segui il profilo delle esse.
“Non è una parolaccia”, dici. La voce ti trema un po’. “Non è un insulto”.
C’è un silenzio sconosciuto in terza A. Tengono gli occhi bassi e gli dispiace perché sei il loro professore da tre anni e ti hanno deluso.
Matteo ti scongiura con gli occhi.
È il momento, professore.
Non è Matteo, sei tu.
A questi ragazzi che ti stimano e ti vogliono bene c’è una sola cosa da chiedere adesso: se a casa ti aspettasse un uomo cambierebbe il tuo modo di fare lezione? Di lavorare per loro? Di essere la persona di cui hanno imparato a fidarsi? Cosa cambia? Ti viene da dire. Però non lo fai.

Intoni la predica standard su rispetto e tolleranza; via via ti incattivisci, accenni al Medioevo, gli dai degli ignoranti. Loro ti ascoltano, qualcuno arrossisce, colpevole.

Dalla cattedra continui coi rimproveri ma intanto anche tu arrossisci, colpevole: stai difendendo Matteo da una distanza di sicurezza. È il diverso da rispettare, questo stai dicendo. Lui è diverso, mai noi. Mai io.

Non te la senti di dire io, di insinuare un dubbio. Non con queste famiglie, ti dici. In questo quartiere. Con questi colleghi. Non vuoi noie, pettegolezzi. È solo prudenza, ti dici, e invece è paura di ritrovarti solo, strappato dal branco.
Quando hai finito la ramanzina mantieni l’aria disgustata e assegni un esercizio di grammatica con principali e subordinate. Abbassano la testa, si mettono al lavoro. Solo Matteo non ha ancora preso il libro.
Con la gomma in mano fissa la scritta per un attimo prima di cancellarla: c’è qualcosa in quella parola che gli spetta e che non gli hai saputo dare. Prima forse lo avvertiva, adesso lo sa con certezza. Guardi lui e anche gli altri: vorresti essere in una scuola che li facesse sentire meno soli e sbagliati, ma quella scuola non è qui stamattina.
Matteo apre il libro, comincia ad andare a caccia di verbi e tu allora ti concedi un piccolo salto nel tempo, lo segui al liceo, all’università. Ecco, lo vedi: sognerà di essere quello che è liberamente, ci fantasticherà sopra. Ci starà male. Lo farà lo stesso.
 
 
 



 

domenica 23 aprile 2017

Storia di una valigia smarrita



Fate finta di vagare…vagare fluttuando. Fate finta di essere improvvisamente immersi dentro un mare.
Le onde, senza direzione, sbattono contro di voi, senza che possiate capirne la direzione.
Fate finta di poter, con sforzo, riemergere. L’aria nei vostri polmoni. Con lo sguardo vagare...non c’è porto, isola o boa intorno a voi.
Le braccia si muovono, cercano di tenere il corpo a galla, ma nella testa un solo e unico pensiero: “ora dove vado?”

Ora, dopo avervi regalato questo delizioso cameo, o come direbbe qualcuno, dipinto con maestria questo spaccato di tipico lesbodramma (di cui io, con fierezza sono una maga, a quanto dicono….), invito le lettrici, anzi “sfido” le lettrici a non aver provato, almeno una volta nella vita, questo tipo di sensazione.

Dunque, dopo i canonici cinque secondi di insight, che ognuna di voi avrà fatto, provate a chiudere gli occhi, fate uno sforzo e immaginate di aprire una grande valigia di cartone…di quelle antiche, da viaggiatrice.

Aprite il coperchio e riempitela, riempitela fino all’orlo di domande, tante, molto diverse… alcune confuse… altre banali e sciocche… qualcuna impronunciabile; domande strane su di voi, su altre persone, domande bizzarre, che quasi vi vergognate a pronunciare, domande strampalate, magari con un inizio e senza una fine.

Chiudete la valigia, colma di tanti perché e avviatevi camminando… verso un viaggio.

Io mi sono scoperta all’età di trentatré anni, con un passato da etero convinta, fatto di tutto, ma proprio tutto ciò che una donna etero può raggiungere a questa eta’. Scoprirmi, per me, ha significato mettere in discussione tutto ciò che era certo, ogni premessa che io avevo sulla mia persona, ogni convinzione, strada e idea attraverso cui la mia vita, fino a quel momento, aveva preso forma.

La valigia che avevo sempre portato con me, improvvisamente, si è ribaltata…tutto si è rovesciato sul pavimento e io piano piano ho dovuto ricominciare a riempirla di nuove domande, di nuove realtà, sensazioni e soprattutto di una nuova me…. ma che fatica!!!!

Durante il mio viaggio personale mi è capitata però la fortuna di incontrare l’associazione “Donne di cuori”.

Io con la mia valigia un giorno sono arrivata in questo gruppo di donne, ognuna diversa, ognuna con una propria storia, alcune di loro molto serene e a loro agio, altre meno, alcune con storie da raccontare, altre con sorrisi, altre con alcune cose da dire e alcune da ascoltare.

Il percorso con l’associazione è stato molto importante. Potermi confrontare, soprattutto in un clima di serenità, ha aiutato molto. Ascoltare i racconti delle altre ragazze, ciò che pensavano, frammenti delle loro storie, ha permesso a me di cominciare a comporre la mia, lenire le ansie e poter dire che ciò che stava accadendo poteva forse essere condiviso? Che i pensieri che avevo dentro, erano pensieri che già, qualcun’ altra aveva già incontrato sul proprio cammino? Che le domande che mi frullavano in testa non erano cose così strambe e assurde in fin dei conti…

La condivisione ha un valore enorme. Mettere in comune tempo, pensieri, opinioni, frammenti di vita aiuta ad accrescere la conoscenza di sé, arricchisce ed emancipa. E’ un buono strumento per superare la paura, l’ansia e il senso di solitudine che una persona può provare nel momento in cui porta con sé dei vissuti che non ha la possibilità invece di raccontare….

Il gruppo rafforza, protegge e ti aiuta a sentirti più forte e per me che ero piena di paura… la paura che può emergere nel momento in cui ti scopri (ad un’età non proprio giovanissima e in una situazione di vita già ben delinata) ha avuto un’importanza fondamentale.

Questo gruppo è cresciuto ed anch’esso è cambiato dal mio arrivo ad oggi. Al suo interno ho trovato persone che per me sono state una guida e dei punti di riferimento. Persone che hanno condiviso con me informazioni, esperienze ed opinioni. Persone che a mia volta ho visto crescere e diventare, lungo il cammino, sempre più forti. Persone a cui ho visto portare avanti le loro idee con volontà ed orgoglio.

A volte proprio vedere in loro il coraggio con il quale portano avanti l’idea di diritto, libertà di essere e orgoglio, ha aiutato me ad averne nei momenti più faticosi. Insieme a loro ho potuto dare voce al mio desiderio di essere libera, vera e me stessa.

Quant’é bella la parola orgoglio….

Ho anche visto il gruppo, avere la forza di mettersi in discussione e rimettersi in gioco e questa cosa mi rende molto felice, perché credo che, associazioni come la mia siano molto importanti, per tutte quelle persone che iniziano un cammino di scoperta di sé.

Ho visto il gruppo trasformarsi e trasformare ciò che era, provando a rispondere ai bisogni che pian piano sono emersi dalle singole personalità.

I desideri di confronto, informazione e scambio emersi qualche mese fa, in questo periodo hanno dato infatti forma ad un entusiasmante percorso fatto di lavori di gruppo, durante i quali vengono utilizzate diversificate tecniche di comunicazione, che facilitano il “mettersi in gioco” di ognuna di noi.

Vengono scelte delle tematiche su cui ragionare e riflettere e strumenti che facilitano tutto cio’ (libri, proiezioni, materiali vari…). Si parla dunque di femminismo, identità, libertà, maschile/femminile, amore… ma la cosa più importante è che viene fatto insieme. Ognuna ha la possibilità di dare la propria opinione e condividere quella altrui. Ha la possibilità di chiedere ed acquisire informazioni nuove, stimoli nuovi e costruttivi magari da poter poi approfondire.

Idee diverse emergono e ognuna di loro ha il proprio spazio. Le differenze fra di noi diventano in questo modo un arricchimento e un confronto.

Inoltre, le relazioni si fortificato, perché spesso le tematiche sono sensibili a molte e questo facilità la “messa in gioco” e la condivisione di gusti, opinioni ed esperienze personali.

Io credo che questo nuovo percorso intrapreso, sia la base per rafforzare l’identità del gruppo stesso. Questo perché, questa nuova direzione, facilità la coesione fra le persone e solidifica i legami, attraverso esperienze comuni su tematiche significative. E se il gruppo diventa forte anche il singolo ne ha giovamento.

Magari, non si potrà rispondere a tutte le domande personali di ognuna di noi… e la nostra personale valigia ci accompagnera’ comunque, ma proprio il tentativo stesso di risposta, rende il braccio, che deve portarsela appresso, più forte e sicuro….

E se il nostro personale viaggio magari non ha ancora una direzione ben precisa…. questi piccoli viaggi di conoscenza, su questioni che, in fin dei conti, riguardano ciascuna di noi, in qualche modo ci aiutano, se non altro, a dare ordine ai pensieri e alle idee, che saranno la base di come noi scegliamo e decidiamo di vivere ciò che veramente siamo….


Chiara

domenica 19 febbraio 2017

#unit* da un sogno


Era maggio 2016 e la nostra quotidianità veniva destata, con stupore, da una comunicazione inviata da un’associazione locale.

“Richiesta incontro-Pride 2017 Brescia” era l’oggetto della mail.

“Ok, ci penseremo e ci aggiorniamo dopo l’estate”, questa la decisione delle Associazioni coinvolte, ma dentro di noi… “i tamburi già battevano”.

A settembre 2016, un aperitivo informale per capire se e come avevamo intenzione di muoverci ha messo in moto la grande macchina chiamata Brescia Pride 2017 #Unire la città.

Nasce così il Comitato Pride, che vede le Donne di Cuori insieme a Caramelle In Piedi, Chiesa Pastafariana, Equanime e Pianeta Viola lavorare insieme alla realizzazione di questo sogno comune: il primo Pride bresciano.

Un’enorme ricchezza fatta di persone molto diverse, ognuna con il proprio percorso e le proprie attitudini, crea un’unica grande rete che accompagna tutte e tutti in un viaggio lungo 6 mesi dove all’interno sarà possibile esplorare il mondo LGBT da ogni angolazione e per ogni sensibilità umana.

“Dobbiamo indire una conferenza stampa”, “Come facciamo il logo?”, “C’è da pensare al percorso per il corteo”, “facciamo le spillette?”, “presentiamo questo libro”, “e se facessimo una mostra?”, queste e molte altre domande, da quel giorno, colorano i nostri assidui incontri.

Dalla creazione del nostro Logo, quello della Loggia Rainbow che da sempre rappresenta per Brescia un simbolo di unione, il nostro progetto ha iniziato concretamente a prendere forma.

Da qui s’intrecciano incontri, gruppi di lavoro, pianificazione di eventi, interviste, burocrazie varie, raccolte fondi, perdite di sonno, confusioni varie, risate, impegno e gratificazioni che ancora proseguono e ci vedranno trionfanti il prossimo 17 giugno in un coloratissimo corteo finale!


Per approfondimenti e aggiornamenti costanti ci trovate sulla pagina Facebook del Brescia Pride, oppure qui http://www.bresciapride.it/


domenica 22 gennaio 2017

Il coraggio dei giusti

27 gennaio Giorno della Memoria

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)

“Se Dio esiste, deve chiedermi perdono”. Questa è la scritta trovata su un muro di Auschwitz, il vasto complesso di campi di concentramento e sterminio nazista, in funzione tra 1940 e 1945. 
Uno dei tanti di una lista spaventosa di cui dobbiamo temere l’inosservanza e l’incuria della nostra memoria affinché nulla vada perduto, ma trasmesso nel tempo alle generazioni future, come insegnamento alla perseveranza di cercarsi nel passato per costruire su di esso un futuro di rispetto e pace.
È con un racconto d’amore che vogliamo ricordare questa giornata, il racconto delle azioni di Clelia Caligiuri De Gregorio: una donna “giusta” che ha rischiato la propria libertà e la propria vita per salvare l’ebrea jugoslava Sarina Karliner.
Scappata da Zagabria nel 1941 e diretta a Spalato, in Dalmazia, per cercare rifugio presso il quartier generale dell’esercito italiano, Sarina incontrò Clelia a Follina, piccolo paese in provincia di Treviso. E Clelia non volle tirarsi indietro.
Vedova con tre figli, Clelia Caligiuri De Gregorio, per quasi tutto il periodo della Seconda guerra mondiale nutrì e protesse Sarina Karliner fino alla liberazione nel 1945, portandole cibo, assistenza e conforto in una situazione di estremo pericolo, mantenendo anche la promessa di portarla nella propria casa di Piavon come estrema misura di protezione. 
Infatti dopo l'armistizio del settembre 1943, quando gli alleati tedeschi si trasformarono in occupanti persecutori, Clelia creò un rifugio sicuro per Sarina all’interno di un armadio di casa sua, fornendole ogni genere di conforto e di appoggio fino alla fine. Mise a repentaglio la propria vita e quella dei suoi figli quando il rifugio fu quasi scoperto dalle SS, ma non esitò a continuare la propria opera accompagnando Sarina in un trasferimento estremamente rischioso a Lutrano, da un sacerdote che acconsentì a tenerla nascosta nell’ultimo periodo di occupazione tedesca. E anche in quest'ultima fase l'assistenza di Clelia, che portava cibo due volte a settimana, fu fondamentale.
Il 18 ottobre 1966 Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele) ha riconosciuto Clelia Caligiuri come Giusto tra le Nazioni, un titolo utilizzato dopo la seconda guerra mondiale per onorare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico, a rischio della propria vita e senza interesse personale, per salvare quella di anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah.
Questo riconoscimento prevede la consegna di una speciale medaglia con inciso il nome, di un certificato d'onore ed il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei Giusti, presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. 
Ad ogni Giusto tra le Nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero, come pratica tradizionale ebraica che indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara.
Con questa storia vogliamo sottolineare i valori civili umanitari che hanno fatto parte di un tempo di guerra e di odio, grazie a migliaia di donne e uomini oggi ricordati in quel giardino come alberi di speranza e di coraggio: il coraggio di non arrendersi, e la speranza che l’indifferenza venga cancellata dalle azioni future di ogni essere umano.
Ad oggi sono stati riconosciuti nel mondo 26.120 Giusti tra le Nazioni e 671 di questi sono italiani.

L'Italia è oggi l'ottava nazione per maggior numero di Giusti.

Bruna Ramus

Clelia Caligiuri De Gregorio

Il giorno della consegna del certificato di Giusto tra le Nazioni

 L'albero di Clelia, oggi nel Giardino dei Giusti




venerdì 22 luglio 2016

La penombra e i colori dell'amore






Io non sono tra coloro che "si sono scoperte tardi". 
Di me lo so da sempre, da quando i parenti ai pranzi di Natale mi chiedevano se avevo il "fidanzatino" e io avrei voluto rispondergli che c'era una mia compagna delle elementari che avrei voluto presentargli. Lo so da quando tutte le mie amiche uscivano con i primi ragazzi e io guardavo le loro mani, il loro sorriso e i loro occhi verdi mentre mi raccontavano del primo bacio. 

Siccome, però, "così fan tutte", alla fine con gli uomini ci sono uscita anch'io, intrecciando le storie più assurde e sbagliate, prendendo e lasciando e facendo anche del male a qualcuno (a me per prima) e imparando a conoscere me stessa.

La prima esperienza vera con una donna l'ho avuta a 18 anni, ma eravamo piccole, incoscienti, non sapevamo nulla di noi, figuriamoci dell'amore. Quella storia l'abbiamo vissuta, consumata, devastata come solo gli adolescenti sanno fare e quando è finito tutto siamo rimaste con il sapore che fosse crollato il mondo e la paura che non ci saremmo più innamorate. Mai più. Quantomeno io.

Ovviamente non è andata così.

A 27 anni ho conosciuto lei. 
Ricorderò quella sera per tutta la vita. 

Ero in penombra nella mia stanza e mentre lavoravo al computer per sistemare un file, avevo lasciato una chat per sole donne aperta e ridotta a icona.
Si aprì una finestra sullo schermo. C'era il suo nome per esteso, un "CIAO" e c'era lei.
Le risposi.
Lei scrisse ancora.
Da quel giorno quel saluto divenne un appuntamento fisso, un fiume di parole senza argini, divenne racconti, dialoghi, telefonate lunghissime e senza mai un silenzio e poi, anche, la voglia di vedersi.
Lei abitava (e abita tuttora) a 300 km da casa mia, ma non importava a nessuna delle due.
Non l'avevo mai vista, né lei aveva mai visto me. Non esisteva Facebook, non esistevano gli smartphone. 
Avevamo un cellulare, gli sms illimitati e la posta. 
E per posta mi arrivò una sua foto a sei anni e un mazzo di rose rosse che mio padre si ricorda ancora per avergli dovuto fare spazio in salotto perché sul tavolo della cucina ci dovevamo mangiare e mangiare in una selva non era proprio possibile.

Ci incontrammo di sera, in stazione.
Tremavamo entrambe come foglie, nonostante l'inverno fosse passato da un pezzo e non ce ne fosse motivo.
Avevamo tutte le nostre parole nelle tasche, la voglia di parlare ancora sulle labbra, nelle orecchie la voce, nel cuore solo il desiderio di stare assieme  per tre giorni.

Non avevamo mai parlato di baci, eppure accadde dopo un quarto d'ora che eravamo sedute in macchina. Lei stava guidando oltre i 100 orari, mi sporsi e la baciai.
L'auto decelerò fino a fermarsi in una piazzola.
Restammo molti minuti con lo sguardo fisso oltre il parabrezza, senza il coraggio di guardarci l'una con l'altra e i cuori che sembravano essere passati dal petto alla gola.

Quei tre giorni li trascorremmo nella penombra di casa, esattamente così come ci eravamo conosciute.
Lì cominciò una sequenza di giorni passati (sempre) assieme fino a un totale di quattro anni e mezzo, il mio trasferimento, una convivenza, chilometri di viaggi attorno al mondo.
Viaggi che restano tra i più belli della mia vita.

Non rimpiango nulla. Lo farei e rifarei e lo rifarei esattamente così come l'ho fatto, solo, forse, parlando di più e pretendendo qualche risposta.

O forse anche no ed era e rimane perfetto così.

Ciò che resta di bello è che quando mi scrive, ancora oggi, mi emoziona. Con un colore molto diverso, ma pur sempre pieno e, ancora, nonostante tutto, in penombra.

Barbara Audisio


Pic Nic estivo :-)




Un'altra occasione per stare insieme

Domenica 24 Luglio



Vi aspettiamo...

martedì 17 maggio 2016

TRANS-STORIE DI RAGAZZE XY di MONICA ROMANO-

«Sei maschio o femmina?».
La ricerca di una rispostada parte di Ilenia, la protagonista, la accompagnerà lungo tutto il suo cammino, attraverso l’adolescenza e verso l’età adulta. Un viaggio incidentato e messo a rischio da bullismo, discriminazione, violenze fisiche e verbali, che porterà Ilenia a realizzarsi con una laurea, un buon lavoro e un amore inaspettato, quello per una donna.

Trans. Storie di ragazze XY offre uno spaccato delle vite di giovani donne transgender, definite, con una punta d’ironia, “Ragazze XY”, dove XY indica la coppia di cromosomi che caratterizza i maschi nei mammiferi, e della loro battaglia quotidiana per una vita lontana dallo stereotipo che associa la condizione trans alla prostituzione, relegandola in una dimensione notturna e clandestina.
(By:transgenderfreedom.com)

VENERDÌ 20 MAGGIO ore 18,30
CAFFÈ LETTERARIO PRIMO PIANO - BRESCIA-





sabato 14 maggio 2016

OpenUp: Festival della città aperta alle differenze sessuali


Già da oggi, al Caffè Letterario Primopiano, con la presentazione del libro di Barbara Audisio "Saffo abita di fronte a me", l'anteprima del Festival OpenUp, oggi alla sua quarta edizione, che verrà ospitato in diversi luoghi della città di Brescia, con una settimana densa di appuntamenti: spettacoli, film, letture, presentazioni di libri, aperitivi, feste.


Hanno collaborato alla realizzazione dell'OpenUp: Agedo, Arcigay Orlando, Donne di Cuori, EquAnime, Fabbrica Sociale del Teatro, Famiglie Arcobaleno, Pianeta Viola e Terre Unite. 

Nel dettaglio il programma





domenica 17 aprile 2016

GIORNATA DI AUTOFINANZIAMENTO

L'8 maggio, al Parco Castelli di Brescia, saremo presenti per una giornata di autofinanziamento.
Una giornata all'insegna del divertimento, con giochi di ieri e di oggi e tanta allegria e chissà...nuovi incontri!
Se vuoi essere una/o di noi ed aiutarci a sostenere le attività della nostra associazione, ti aspettiamo!
Noi ci saremo...dalle ore 10.oo alle 17.oo


giovedì 17 marzo 2016

SAFFO ABITA DI FRONTE A ME


"Fabiana e Daphne: due donne. Una libreria, un ristorante: due mondi. 
Fabiana è impegnata con Asia nella difficile ricerca di un figlio, impresa che porta alla luce sentimenti e tensioni latenti nella coppia. Daphne ha lasciato la Grecia per amore di Giovanna, e insieme hanno aperto un ristorante proprio di fronte alla libreria di Fabiana.
Da una parte all'altra della strada le loro vite s'intrecciano lentamente in un gioco di seduzione e sfida che le porterà a mettere in discussione le loro esistenze precedenti. 
Barbara Audisio fonde nel suo primo romanzo una grande ricchezza di temi legati al mondo lesbico contemporaneo, accompagnando il lettore in un caleidoscopio di emozioni e attese".


Sarà presente l'autrice, Barbara Audisio
Vi aspettiamo!

giovedì 25 febbraio 2016

CORSA ROSA A BRESCIA - 6 MARZO 2016

Corsa Rosa del 6 marzo 2016, organizzata dall'Uisp di Brescia. 


La corsa/camminata si terrà a Brescia con partenza e arrivo in piazza Vittoria alle ore 10.00 
Costo €.8,00
Iscrivetevi come gruppo “DONNE ARCOBALENO presso l’Uisp in via Berardo Maggi,9 –Brescia-  
Tel. 030 375 6023-  030 47191




giovedì 18 febbraio 2016

8 MARZO 2016

LE DONNE... 
FANTASTICHE NELLA LORO ESSENZA!

VI ASPETTIAMO IN NOSTRA COMPAGNIA PER UNA SERATA INSIEME.
(gradita la prenotazione al n. 346 3015319)



sabato 30 gennaio 2016

DOLCE GENDER



“Maestra, cosa è il Gender?”
Martedì, ore 8.30.
 La mia giornata lavorativa inizia così, con la domanda di Giorgio.
Avevo programmato tutto per questa mattinata: verifica sulle frazioni e ripasso dei poligoni.
Guardo negli occhi Giorgio. 
Un bambino particolare, lui. Uno di quei ragazzini che se non l’ami all’istante, ti complica la vita per il suo “essere” così, semplicemente “essenziale”. 
Ed io lo amavo, immensamente. Dal primo giorno di scuola. Un bambino incredibilmente speciale.
Sempre pieno di domande, non sempre di facile risposta.
“Ma perché non lo chiede ai suoi genitori?” pensavo ogni tanto di fronte ad un suo nuovo interrogativo.
“Cosa è il gender?” mi ripete, noncurante del calcolo delle frazioni così lontane dal suo sentire.
Giorgio mi guarda, lì in piedi, impalato. Storce un po’ la bocca, a modo suo, interrogativo, in attesa.
In classe cala il silenzio.
Alzo gli occhi e anche gli altri ragazzi, abbandonata istantaneamente la tensione della verifica, stanno aspettando una risposta da me.
“Siediti Giorgio,” - gli rispondo –“vi racconto una storia”.
“C’era una volta, in una città poco lontana da qui, una bambina di nome Giulia. Un maschiaccio, dicevano tutti quanti”
-“Giocava a calcio?”
“No, non giocava a calcio, no. Non le piaceva il gioco del calcio. Preferiva giocare a basket”
-“Diceva le parolacce?”
Sorrido amaramente, consapevole di quanto gli stereotipi di genere siano già stati tramandati ed inculcati  in quelle giovani menti.
“Sì, anche Giulia diceva le parolacce, come tutti noi.. Giulia era una bambina come le altre. In realtà si vestiva solo un po’ strana rispetto alle quasi totalità delle bambine della sua età. Niente di straordinario. Semplicemente non amava le gonne, né le camicette con le maniche a palloncino. Jeans, maglietta e un paio di scarpe da tennis sempre slacciate. Aveva uno zaino enorme alle spalle, un comune zaino arancione, senza fatine né brillantini, solamente pieno di pesanti quaderni e di morbidi peluches.  Ciò che rendeva Giulia singolare, però,  era la sua passione smisurata per i cani e, soprattutto,  per la sua compagna di banco, Simona. Quanto era bella Simona! Glielo diceva tutte le mattine appena l’amica varcava la soglia dell’aula. Giulia lo raccontava anche ai suoi genitori, alla nonna, ai suoi compagni ed alle maestre: “Simona è bellissima! La più bella del mondo! Ha i capelli scuri come la pantera Bagheera , due occhi giganti come quelli di Masha ma color nocciola, Simona …”
Giulia adorava letteralmente Simona e con lei parlava di tutto e la aiutava ogni volta che la vedeva in difficoltà. Anche a scuola, soprattutto quando doveva coniugare quei maledettissimi verbi che Simona non riusciva a memorizzare. Durante le verifiche le passava di nascosto i bigliettini sotto il banco, “…modo indicativo, tempo imperfetto, coniugazione propria…”
Al suono della campanella dell’intervallo Giulia e Simona, prima di giocare con i peluches,  si sedevano allo stesso banco e condividevano le reciproche merende: torta di mele preparata dalla mamma di Giulia e trancio di pizza margherita acquistato nella panetteria del paese dalla mamma di Simona, poco prima di entrare a scuola, in modo che fosse ancora tiepida a metà mattina.
I bambini le prendevano in giro. “Maestra! Giocano a fare la mamma e il papà”
“Giulio e Simona! Giulio e Simona!” urlavano i compagni
La maestra guardava le due bimbe con aria rassegnata e distoglieva l’attenzione dei propri alunni dalle due ragazzine che,  noncuranti del resto della classe, continuavano nel loro quotidiano rituale di condivisione di cibo, giochi e …bene infinito.
“Non guardatele e andate a giocare in giardino!”
Tutti i giorni la stessa storia.
All’uscita da scuola le due bambine si mettevano in fila con gli altri, mano nella mano.
I compagni non perdevano occasione per deriderle:“Giulio e Simona!!”
E loro due, ogni volta, si stringevano reciprocamente la mano con più determinazione, per darsi forza vicendevolmente.
“Andiamo ragazzi! Lasciatele perdere!” ripeteva ogni giorno con aria insofferente l’insegnante di turno, scocciata per l’atteggiamento delle due ragazzine
Al cancello scolastico i genitori, in attesa dei figli.
 Qualche metro in disparte la mamma di Giulia che, allo sguardo di rimprovero dell’insegnante nei suoi confronti, rispondeva immancabilmente con un sorriso per poi cercare il volto più rassicurante della figlia tra la fiumana di visi
 Un abbraccio stretto ed un bacio sulla guancia a Simona e una corsa tra le braccia della mamma.
 “Hai ancora le scarpe slacciate, pasticciona! Prima o poi inciamperai e ti farai male”  le sussurava la donna nell’abbraccio.
“Mamma, posso invitare ancora Simona a casa? Ci siamo già messe d’accordo.”
“Certo, quando vuoi. Ma dobbiamo chiederlo prima alla sua mamma!”
“Simona gliel’ha già chiesto ieri e ha detto di sì”
“Va bene, le telefono e, se è veramente d’accordo, le chiedo pure se si può fermare a cena. Così prepariamo insieme la torta di mele per la merenda di domani”
“Grazie mamma!”
…
Ho finito ragazzi.
“Come hai finito? Che cavolo di storia è questa?” risponde Giorgio.
“Mi hai chiesto cosa sia il gender ed io ti ho risposto”.
In classe solo silenzio. Più di quello che dovrebbe esserci mentre spiego le frazioni.
Si alza Mattia. “Il gender è Giulia?”
Federica: “Il gender sono due donne innamorate!”
Mauro, ridacchiando: “Il gender sono le lesbiche e i gay?”
Alice: “Non si dicono quelle parolacce a scuola!”
Roberta: “Mio papà e mia mamma dicono che il gender è pericoloso. Fa diventare tutti i bambini omosessuali!”
Giorgio non smette di fissarmi. Non so se si aspetta una risposta da me.
Luca: “Ma come è finita? Hanno cambiato classe a Giulio?”
Giulio? Forse non dovevo raccontare questa storia. No, non posso aver sbagliato così.
Guardo Giorgio. Ha le guance rosse e mi fissa con gli occhi sgranati e colmi di lacrime.
Si alza in piedi.
“Il gender non esiste. È solo la paura. È  l’odio. È  prendere in giro Giulia e Simona perché sono due femmine e si vogliono bene”.
“Ma sono due femmine! Le femmine non possono amarsi!” risponde Michele.
Giorgio, per la prima volta, è fuori di sé  e lo percepisco dagli occhi sbarrati e dalle mandibole serrate.
“Siete dei deficienti!” urla, noncurante della terminologia utilizzata.
Poi mi  fissa. “Sei tu il gender, vero?”
“Sì Giorgio, per qualcuno sono io” rispondo
“Se tu sei quel Gender, io non ho paura di te e neppure di Simona”
Si alza, corre nel suo goffo modo verso di me e mi abbraccia. E nella sua stretta che sussulta di emozione, mi sussurra nell’orecchio: “Puoi chiedere alla tua mamma se posso venire anche io a casa tua a preparare la torta di mele?”
Gli do un bacio in fronte. Apro il mio zaino e gli mostro un pacchetto di alluminio.
“Questa la mangiamo insieme all’intervallo, se ti va. Tu cosa mi offri?”
“I biscotti!  Non so se sono buoni come la pizza di Simona, però!”
Niente verifica per oggi.
I miei ragazzi ed io abbiamo bisogno di parlare di Vita vera. Altro che frazioni!
E domani, torta di mele per tutti.
Mi aiuta Giorgio a prepararla.
Dolce impasto d’Amore.

Giulia
(liberamente tratto dalla mia vita)


L'articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2016 da Araberara, periodico di Informazione val Seriana, val di Scalve, alto e basso Sebino, lago d'Endine, val Cavallina, val Calepio, Bergamo


lunedì 25 gennaio 2016

DI DIRITTO IN DIRITTO

Crediamo fortemente che in materia di Diritti si debbano sapere le posizioni, in sede di votazione,  delle persone che dovrebbero rappresentarci, di coloro che decidono sul riconoscimento giuridico e sociale delle nostre Famiglie.




mercoledì 20 gennaio 2016

#SVEGLIATITALIA

IL 23 GENNAIO, IN PIÙ DI 90 PIAZZE ITALIANE (e non solo!), SAREMO PRESENTI CON SVEGLIE, CELLULARI, FISCHIETTI, CAMPANACCI... ALL'UNICO GRIDO DI CIVILTÀ:

#SVEGLIATITALIA
#ÈORADEIDIRITTI 

VI ASPETTIAMO A BRESCIA IN PIAZZA DEL MERCATO 
ALLE ORE 15.00